Interviste agli artisti

Pagina 2 di 2 Precedente  1, 2

Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da Mede@ il Dom 16 Mag 2010, 14:15

Il mondo cane di Mike Patton
di Paolo Gallori
Il cantante californiano si tuffa nella musica italiana degli anni 50 e 60, brodo primordiale del nostro pop: da Murolo a Morandi, da Paoli a Tenco, ai crooner Buscaglione e Bongusto... «Mi interessava solo passeggiare su una corda tesa tra il rifare quelle canzoni a modo mio e il rispetto per il materiale originale». Omaggio a Morricone: «Springsteen lo ha deturpato». A luglio dal vivo a Milano e Firenze



Fantomas strikes again... almeno nella musica. Capelli tirati all'indietro, baffetti in Dillinger style, abiti eleganti. È l'aspetto assunto da Mike Patton per tuffarsi nel "brodo primordiale" della canzone pop italiana: gli anni 50 e 60. Il disco è stato "testato" con concerti in location d'eccezione e sarà seguito da nuovi appuntamenti live. In Italia, il 27 luglio a Milano (Jazzin'festival, all'Arena Civica) e il 26 a Firenze (Fortezza da Basso). Stavolta l'incredibile cantante californiano, 42 anni e una voce baciata da un trasformismo degno di Gommaflex, riesce a celare anche la bellezza della musica dietro una maschera spaventosa. L'album si intitola Mondo cane. Come il film documentario di Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti e Franco E. Prosperi che nel 1962 scioccò lo spettatore sbattendogli in faccia la crudeltà di cui è capace la società umana. Mai come in questo caso, è fondamentale conoscere la "versione di Mike".
«Certo, ho visto il film, chi non lo ha fatto?», dice Mike. «Ho scelto il titolo basandomi sulle reazioni che il film ricevette e perché affascinato dalla sua natura provocatoria. Ho sentito il dovere di presentare un simile repertorio musicale in circostanze che fossero una sfida alle intenzioni e ai risultati. Un titolo come Mondo cane era il modo perfetto di sollevare le giuste domande su un simile progetto, che potrebbe facilmente essere scambiato per la cafonata sperimentale di un "gringo"».

No, nessun arrogante "gringo" abita qui. Patton è un nomade. Incapace di resistere negli stessi panni, negli stessi suoni, nella stessa band e nello stesso paese oltre la soglia dell'abitudine. Mike spezza sul nascere le illusioni di chi continua ad associarlo solo ai Faith No More («Nuovo materiale con loro? Non adesso, forse mai») per parlare solo del miglior frutto del suo intimo rapporto con l'Italia. Mondo cane copre un arco temporale che va dal 1951 - Scalinatella di Roberto Murolo, che Mike canta in un napoletano decisamente migliore di quello tanti interpreti italiani ma non partenopei - e arriva al 1968 di Deep Down, tema di Ennio Morricone per il film Diabolik (altra maschera) di Mario Bava.

Estremi di un periodo che definì, è convinzione di Patton, «un approccio autentico alla musica pop italiana». «Non so granché di quell'Italia», confessa Mike. «Per quanto “vecchio”, vissi solo un paio degli anni 60. Tutto ciò che so è che nel mondo del pop fu praticata una magia musicale. In Italia sembra ci fosse una certa libertà per cantanti e autori, gli arrangiatori erano fondamentalmente i migliori tra i migliori compositori di musica per il cinema. Situazione che permise un certo fermento nell’ambito del formato pop, a cui furono applicate tendenze avanguardiste, tidbits orchestrali, modelli americani e tecniche worldmusic. Un approccio autenticamente unico al pop. Come non amare tutto questo?».

In Mondo cane non poteva mancare Morricone, ma colpisce il recupero di Deep Down quando il rock Usa celebra il Maestro soprattutto per i temi degli spaghetti Western. Springsteen e Metallica hanno vinto pure dei Grammy con le loro cover.
«Mi spiace che Springsteen abbia deturpato un compositore intoccabile come Ennio. Non ha senso. Non so cosa rispondere sull’inondazione di artisti americani che hanno reso tributo al Maestro, non ho niente a che vedere col fenomeno. Morricone ovviamente merita simili celebrazioni, ma io ritengo la sua opera “quasi” intoccabile.
Se si deve rendere un omaggio musicale al suo lavoro, lo si deve fare in modo intelligente e anche aggressivo. Con rispetto ma soprattutto in modo più importante sviluppando approcci unici. Non puoi rendere rendere migliore qualcosa di perfetto. Puoi solo riarrangiarlo e reinterpretarlo. Posso solo dire di aver fatto del mio meglio».

In Italia Mike ha trovato l'amore, uno dei tanti luoghi dove vivere e molti amici. Nei video che circolano su YouTube, registrati dal vivo al Paradiso di Amsterdam, la tromba di Roy Paci gli è accanto assieme all'orchestra. Ma questo non basta a spiegare lo sforzo di Mondo cane e il coraggio di un disco cantato interamente in italiano. La perplessità è solo il frutto di un antico vizio italiano chiamato provincialismo.
«Quel songwriting e quello stile italiano negli arrangiamenti oggi sono considerati incredibilmente importanti. Negli Stati Uniti, e non solo, c’è gente che rifà i classici italiani di quel periodo, la cui influenza è arrivata ben oltre i confini del vostro paese. Cosa mi ha attratto verso quel sound e quei tempi? Semplicemente il vivere in Italia. Le mie orecchie erano costantemente aperte. E mi innamorai di quei suoni intricati, quegli approcci audaci e quei densi e godibili arrangiamenti. Elementi che a me suonarono con il tono di un benvenuto, facendomi sentire uno del luogo e non uno straniero. Fu un periodo eccitante nella mia vita, in cui tante cose erano nuove: lingua, musica, gente. Oggi posso dire con certezza che gli italiani, in generale, sono stati decisivi nel raggiungimento della fiducia di cui avevo bisogno in quel delicato momento della mia vita».

Patton si confronta con il crooning audace di Fred Buscaglione (Che notte!, 1959) e Nicola Arigliano (20 km al giorno, 1964), poi con il confidenziale e persuasivo Fred Bongusto (Ore d'amore, 1967). Perché loro e non Sinatra, Dean Martin, Tony Bennett, Perry Como?
«Perché sento un più forte legame con quei guys. Ero molto più interessato a un crooning che mi fosse estraneo, opposto a quello "nativo". A volte, una prospettiva esotica ti aiuta a vedere le cose in modo completamente differente. E ti dà il coraggio necessario a completare un’avventura come questa. Può suonare strano, ma io mi sento infinitamente più a mio agio come crooner in una lingua che non sia la mia. Mi offre una maschera, mi infonde una certa fiducia. Adoro Frank, Dino, Tony Bennett, certo. Ma a volte, (ed ora, almeno per il momento) mi sento un po’ più a mio agio a sperimentare quel vocabolario musicale in un’altra lingua. Ed è un bellissimo lusso!».

Come accadde a Steven Brown dei Tuxedomoon, Patton si perde nelle canzoni di Luigi Tenco, dal vivo propone Lontano lontano, salvo riprendere sul disco Quello che conta, a firma Luciano Salce/Morricone, che il cantautore suicida al Sanremo del 1967 interpretò nel 1962 per il film La cuccagna. Influisce quel tragico destino sul morphing di Mike Patton?
«No, niente affatto. Ho scelto i pezzi solo su una base musicale. Certo, mentirei se non dicessi che quando ascolto o reinterpreto un grande come Luigi Tenco io non pensi a lui e alla sua vita. Sapere come andarono le cose si riflette sul modo in cui ascoltiamo la sua musica. Personalmente, la ascolto con molta più melanconia di quanta sia solito provare. Quanto si riflette sulla mia interpretazione? Ho abbastanza rispetto da lasciar sola la musica, da iniettare il mio succo dove è necessario ma non fino al punto di massacrare un’opera d’arte perfettamente costruita».

Dal 1964 Mike trae il giovane idolo pop Gianni Morandi di Ti offro da bere, dal 1965 L'uomo che non sapeva amare di Nico Fidenco. Al beat italiano rende omaggio trasfigurando Urlo Negro (1967), unico segno lasciato dai Blackmen nella scena dell'epoca. E finisce anche lui con lo specchiarsi nelle melodie senza tempo di Gino Paoli (Il cielo in una stanza, 1960, Senza fine, 1961). Come è arrivato a delineare una simile lista?
Mike rivela un'insospettabile "complice" dall'etere. «Ancora una volta, devo sottolineare quanto l’italian state of mind mi abbia messo così a mio agio da potermi permettere una simile pazzia… imparare il gergo del pop italiano, istruirmi sulla sua età d’oro... Sono canzoni che ho trovato, che ho ascoltato, che ho sentito di passaggio, mentre vivevo in Italia. Ho avuto ottimi consigli. Altre mi sono giunte per caso, come se i miei amici sapessero a cosa stessi pensando. Altre, infine, le ho ascoltate su 'Radio Italia Anni 60', la stazione dedicata agli oldies che scoprii quasi per sbaglio: mentre mi facevo delle cassette nel periodo in cui ero impegnato nell’apprendimento della lingua. Complicato, come lo è qualsiasi avventura».

L'accostamento tra evergreen ed evanescenti schegge di memoria non sorprende più del fatto che a misurarsi con simile repertorio sia un californiano diventato rockstar con il crossover dei Faith No More, poi transfuga attraverso mille altri progetti (Mr. Bungle, Fantomas, Tomahawk, Peeping Tom, Moonchild) e collaborazioni (Bjork, John Zorn, Melvins, Corleone, Dan The Automator tra gli altri), con l'obiettivo costante di rivoltare forme e stili come calzini.
«Non so e neanche mi interessa per cosa sono conosciuto. Faccio musica che a me fa stare bene. In questo caso, reinterpretando canzoni sensazionali e di grande ispirazione. Mi interessava solo passeggiare su una corda tesa tra il rifare quelle canzoni a modo mio, da una prospettiva 'altra', e il rispetto per il materiale originale. Un’impresa molto difficile».

Tra le canzoni di Mondo cane, ce n'è una che ama di più cantare o con cui le è piaciuto di più misurarsi?
«Le amo tutte. Hai dei bambini? Chi è il tuo preferito? Chi può rispondere a una simile domanda? I miei dischi sono come figli (dice Mike, ancora in italiano). E non esiste modo con cui io possa scegliere il mio preferito».



http://xl.repubblica.it/dettaglio/80146

_________________________________
***Metamorgan***
***QQMI***
***MARCOSANTORO***
Mede@
Mede@
Admin Medea
Admin Medea

Messaggi : 26469
Data d'iscrizione : 22.09.09

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da Mede@ il Mar 15 Giu 2010, 20:15

Max Casacci - Subsonica
Un vulcano all'ombra della Mole


Max Casacci è tra i personaggi più attivi della scena italiana attuale: chitarrista, produttore e fondatore dei Subsonica (dopo aver contribuito alla nascita e alla crescita degli Africa Unite), compositore e autore di buona parte dei testi e delle musiche del gruppo, titolare fino a poco tempo fa dell'etichetta discografica Casasonica e direttore del Traffic Free Festival a Torino. Non solo. A confermare un'attitudine politicamente profonda e significativa, attualmente è impegnato insieme ad associazioni antimafia, ambientaliste, giovani universitari, dj e gestori di spazi e locali nel progetto Torino Sistema Solare (www.torinosistemasolare.it), un fronte spontaneo molto attivo nel mondo della notte e nel rinnovamento culturale in città.
L'intervista, slegata dalla consueta logica promozionale - uscita del disco-tour-progetti futuri - è una confessione appassionata di racconti, verità e opinioni. All'insegna di una sempre più inedita propensione naturale all'autenticità e alla trasparenza.

Ciao Max, grazie per la disponibilità e per il tempo che spenderai per OndaRock.
Ci dai qualche anticipazione sul sesto capitolo dell'avventura Subsonica? Che direzione sta prendendo? Domanda non banale, se si considera il vostro percorso: dopo la svolta rock dichiarata di "Terrestre", con "L'eclissi" siete tornati a una produzione fortemente electro.
"Non siete riusciti a bissare Microchip Emozionale", cantate: al di là dell'autoironia, che cosa vi aspettate - da un versante squisitamente artistico - da questo disco?

Quello che è lecito aspettarsi dai Subsonica a quattordici anni dall'inizio della storia è un album in grado di condensare la magmaticità sotterranea dell'elettronica più recente e la ventata di eclettismo che attraversa molte interessanti produzioni "indie", in una forma solida di scrittura. Da noi, come del resto dalla maggior parte dei gruppi italiani, si pretendono le canzoni. Nel nostro caso canzoni che sfuggano ai cliché di genere ma che siano pronte per essere ballate sotto un palco da migliaia di persone. Che se ci pensi è una condizione stilisticamente un po' più vincolante rispetto al suonare in un piccolo club guardandosi la punta delle scarpe.
Al momento ci sono più di cinquanta idee frutto di un'eruzione incontrollata, che aspettano di essere valutate, abbinate tra loro, e forse anche un po' capite. Poi passeremo ai testi e alla scelta degli strumenti e delle tinte necessarie per amalgamare il tutto. La scrittura a più mani necessita di una fase di decantazione e ci troviamo proprio a quel punto. Di certo c'è la volontà di dare più aria rispetto al tono cupo, (seppur profetico) della precedente eclissi.

Nonostante la maturazione e i cambi di direzione, io credo che nel primo disco ci sia già tutta la vostra personalissima cifra, la vostra "anomalia". Miscelando con sapienza suoni e suggestioni dal sapore moderno e internazionale, in bilico continuo tra un gusto vintage ed esplosioni da dancefloor, avete concretamente identificato un genere, riempito un vuoto. Ti riconosci in questa considerazione? Quanto di questa "anomalia" è frutto di un'idea precisa? Quanto di quello che siete adesso era nella tua testa, quando hai gettato le basi del progetto, e quanto è il risultato di una dimensione creativa di band?
Di preciso all'inizio non c'era proprio nulla. Nemmeno l'idea che dovessimo essere un gruppo vero, cioè con una line-up da palco e tutto il resto. Avevo abbandonato con un po' di delusione gli Africa Unite a un passo dal contratto con la Polygram, e non avevo tanto voglia di band, quanto invece di sperimentazione in studio, per questo avevo contattato Samuel, un cantante con tecnica, voglia di mettersi in gioco e sufficiente curiosità per lasciarsi guidare. Ciò che è successo da lì in poi è stato il frutto della somma tra necessità espressive di cinque musicisti, appassionati alle rivoluzioni sonore in corso negli anni 90. Sotto quest'aspetto la mia precedente attività di produttore si è rivelata determinante per amalgamare, almeno in senso musicale, le personalità.
Da soli, del resto, non credo saremmo andati molto lontano. Io sarei finito in pieno cortocircuito artistico a produrre materiale sperimentale per me stesso. Samuel e Boosta, probabilmente, avrebbero accorciato le tappe alla corte di qualche discografico dispensatore di fama e successo (esistevano ancora!) per poi finire bruciati nell'arco di una stagione, come è successo a quasi tutti i loro coetanei. Ninja avrebbe smesso di suonare per mettere a frutto la laurea da ingegnere informatico, come del resto stava per fare prima di concedere alla musica dei nascenti Subsonica un'ultima chance tra un tour in Brasile con la Vanoni e qualche turno poco entusiasmante in sala di registrazione. Il vecchio bassista Pierfunk, beh, lui ha scelto di non crederci del tutto, salvo poi tentare di rientrare anni dopo dalla porta sul retro con i Motel Connection.
All'epoca del primo "Subsonica", cioè nel '96, bastava uscire la notte, entrare in uno dei tanti club a Torino che proprio in quegli anni incominciavano a nascere, tendere un orecchio e restare sistematicamente folgorati da qualche cosa di innovativo. Per poi tornare in studio il giorno dopo con la voglia di rifare tutto da capo. Nessuna nostalgia, per carità ma, in effetti, in quegli anni la musica era entusiasmante e centrale nella vita di chiunque. E non parlo solo di musicisti. Sono affezionatissimo a "Subsonica" e a tutte le sue ingenuità, ma tentare di rifare per cinque altre volte quell'album, così figlio del proprio tempo, sarebbe stato un errore.

La sensazione che si ha dall'esterno, per chi vi segue, è quella di una band autentica, vera, passionale. Si legge la voglia di suonare insieme, ma anche la presenza di problemi, discussioni, incomprensioni. È stato ed è ancora difficile tenere insieme la macchina? Ci sono stati momenti delicati, in questi anni?

Dai Pooh agli U2, credo che per chi suona insieme da parecchio tempo, la questione fondamentale per potersi proporre con dignità riguardi la ricerca di nuovi stimoli e significati. Oggi, 2010: quali sono i tuoi stimoli e quelli dei Subsonica?
Il percorso, sotto molti aspetti impagabile - di quelli che valgono una vita intera - è stato talvolta difficile e lacerante. La nostra storia ha raggiunto rapidamente vette che nessuno di noi avrebbe mai ipotizzato. Le altezze però si trasformano facilmente in vertigini: come la paura di fare mosse sbagliate o di non essere in grado di gestire adeguatamente quello che succede, unitamente alle dinamiche centrifughe tipiche di ogni band - i vari percorsi solisti, l'intrusione di adulatori professionisti attratti dal successo che finiscono per dopare l'autenticità delle relazioni, il rapporto con radio, tv, discografici, sponsor, propinatori di ogni sorta di distrazione ai singoli e tutto il repertorio di luoghi comuni presenti in ogni biografia rock-pop - a me personalmente hanno tolto il sonno davvero molte volte. Troppe.
Devo però dire che esiste un legame profondo che ci unisce. Ed è un legame incomprensibile al mondo esterno. Tutte le persone che hanno provato a fare leva sulle diversità o momentanee spaccature, allo scopo di manovrare le nostre scelte, a sorpresa si sono trovate bruciate e fuori dai giochi. Gli stimoli primari sono legati all'armonia e al senso di benessere che si crea improvvisamente quando ci ritroviamo a fare quello che a tutti noi riesce meglio nella vita, cioè musica. Al netto di tutte le cazzate.

Sono sempre stato piacevolmente sorpreso dalla vostra (e tua) capacità di mantenere contatti diretti con il pubblico che vi segue, nonostante la sua esponenziale crescita avvenuta in questi anni. Siete stati infatti tra i primi a utilizzare il web come interfaccia immediata con i navigatori, dimostrando un'attenzione privilegiata a chi sta dall'altra parte. Con uno spettro così ampio di gente che vi ascolta (Frankie Hi Nrg diceva: "Dobbiamo prenderci tutta la riviera e qualche centro sociale"), e che vi dice di tutto, e che commenta tutto, nel bene e nel male, non è complesso e forse inutile dover rispondere a tutti o quasi della vostra identità e delle vostre scelte?

Se per mantenere il contatto con le persone che ci seguono dovessimo scegliere tra l'artificialità di una trasmissione televisiva, la lobotomia dei canali radiofonici, le volgari semplificazioni di molta stampa o il confronto, talvolta faticoso e ingrato, con chi sul web è abituato a spaccare il capello (e non solo quello) in quattro per ogni riga che scrivi, preferiremmo comunque il secondo. Detto questo abbiamo talvolta, probabilmente, esagerato nel tentativo di interagire/ spiegare/ raccontare minuziosamente nei minimi dettagli, così come nell'esporre posizioni ben oltre i confini del nostro ruolo di musicisti. Tuttavia, il numero crescente di contatti, che superano ormai le centomila presenze solo sul più recente Facebook, tende a dimostrarci che le persone finiscono per affezionarsi a chi si mette in gioco. Non solo con gli strumenti in mano. Anche quando non condividono tutto quello che pensi.

Max Casacci - SubsonicaI Subsonica sono stati tra gli alfieri della "gloriosa" stagione indipendente italiana anni 90, che faceva capo a Mescal, al Cpi ecc. Che cosa ha permesso quell'esperienza? Oggi il riferimento sono realtà come La Tempesta, significative di uno spirito diverso ma soprattutto di una progressiva delocalizzazione che rivoluziona il concetto di "scena". Che cosa è veramente cambiato in questi famigerati anni Zero nell'indie italiano? E ha ancora senso considerare la musica legata a un territorio preciso (come può essere stata la Milano degli anni 80 e 90, o la vostra Torino)? Nel tuo caso, com'è cambiata la Torino musicale in questi anni?
La Mescal, al di là dei problemi che quasi tutti gli artisti hanno avuto con Valerio Soave, oltre ad avere rappresentato una grande opportunità per molti di noi, è stata il simbolo di una bella stagione. Tuttavia esperienze come quella o come il Consorzio non sarebbero ripetibili oggi, almeno non in quei termini. La disaffezione all'acquisto degli album ha spinto tutto il settore musicale verso differenti forme di profitto: gadget, cellulari suonerie, concorsi televisivi, per i quali il rinnovamento dei linguaggi musicali non è più indispensabile. Il fatto che il direttore di una delle più grandi discografiche abbandoni oggi il proprio posto, per mettersi a lavorare in un talent show, dice più di qualsiasi altra considerazione. Le indie label degli anni 90 utilizzavano risorse major per mettere i propri artisti in grado di competere alle stesse condizioni di visibilità, con la musica di mercato. Valeva per noi, Cristina Donà o gli Afterhours, ma, per capirci, ad altri livelli anche per un Aphex Twin, che senza i costosi video di Chris Cunningham, non avrebbe sviluppato la potenza rivoluzionaria che conosciamo.
Oggi chi fa musica lo fa inevitabilmente per urgenza espressiva, per necessità. Sta tornando, più o meno tutto come nei primi anni Ottanta, quando la musica era semplice questione di "vita o di morte". E infatti i locali ricominciano a riempirsi di live. Dopo un decennio piuttosto trascurabile torniamo anche ad ascoltare dei buoni album. Devo dire che non ho amato per niente gli anni Zero e la generazione del "tutto mi è dovuto". Mentre mi trovo perfettamente a mio agio con i musicisti ventenni nei quali riconosco slanci, generosità e coraggio spesso sconosciuti ai fratelli maggiori.
A Torino la rigenerazione della scena in corso è molto interessante. Si sviluppa tutto più o meno intorno a tre circuiti. Nel quartiere multietnico di San Salvario, dove la boheme studentesca cittadina trova domicilio, è nata una curiosa forma di canzone d'autore. Tra i protagonisti : Matteo Castellano, Deian, Vittorio Cane e altri autori visionari e disincantati le cui canzoni rimbalzano tra myspace e siti come www.torinosistemasolare.it (dove è possibile scaricare gratuitamente la compilation "San Salvario da mezzanotte alle quattro") o si ascoltano nei piccoli locali in stile Greenwich Village, della zona. L'alternative rock (tanto per usare un'espressione iTunes) è invece di casa allo Spazio 211: vero covo underground di periferia, che ha band come DiD, Stearica, Movie Star Junkyes, Discodrive come portabandiera. Gli stessi nomi sono presenti nei programmi dei locali di mezza Europa. Sovente anche negli States.
Nell'elettronica si muovono cose altrettanto interessanti. Dietro nomi enigmatici come "Vaghe Stelle" "The Licious", "Postal M@rket", "X-luve", "Passenger", "Abstract", si nascondono giovanissimi produttori a proprio agio con l'elettronica sperimentale ma contemporaneamente in grado di produrre sonorità dancefloor. Il Puddhu ai Murazzi e la serata "China Surprise" sono l'epicentro di questa piccola scuola. Gli LN Ripley poi, con il nostro Ninja ai tamburi, (a detta di tutto il circuito: la migliore drum'n bass live band del pianeta) ed Ezra produttore in bilico tra meticciato ritmico e pop obliquo, chiudono il cerchio di una scena viva e intensa come da anni non succedeva. Qualcosa mi porta a pensare che, anche se Torino le cose succedono con leggero anticipo, la stessa cosa stia capitando un po' ovunque.

Da cinque anni ormai siete sotto contratto con una major. Oggi si sente di tutto e di più sullo stato di salute delle multinazionali della musica. Come consideri la crisi del mercato discografico (italiano e non), e quanto ha pesato sulla tua esperienza da musicista? Non credi che, più che l'avvento di internet e del file audio compresso, a causarla sia stata la risposta impacciata e timorosa a queste nuove tecnologie? Quali possibilità ci sono per il futuro?
Oltre all'intramontabile e insostituibile live, le possibilità per il futuro le abbiamo quotidianamente sotto gli occhi mentre apriamo un laptop e aggiorniamo software sempre più completi per suono, grafica, fotografia, montaggio di immagini.. E' lecito aspettarsi che tra i cosiddetti "nativi digitali", si sviluppi a breve una scena "rinascimentale", fatta di artisti in grado di utilizzare simultaneamente tecniche espressive differenti. Il concetto di avanguardia ha sempre avuto a che fare con la distruzione dei confini disciplinari, e spazi come YouTube, ma forse ancora di più i nuovi"contenitori" come iPad o i cellulari, saranno talmente affamati di "contenuti" multimediali da fare presto dimenticare la necessità della discografia tradizionale. E chi meglio dei ragazzi che crescono maneggiando quotidianamente le infinite possibilità creative del proprio pc e interfacciati in tempo reale con tutte le piccole rivoluzioni sotterranee, dovrà mettere a frutto queste possibilità? Ovviamente tutto questo succederà in relazione al clima culturale. Ragione per cui, invece di interrogarci se piangere o meno sulle macerie di un circuito ormai morto, dovremmo concentrarci sulla battaglia culturale generale, che è quella da vincere. E non la vinceranno certo i candidati ministri, gli assessori, i salotti, né la maggior parte delle redazioni per come le conosciamo oggi. Sono andato fuori tema. Lo so.

È di pochi giorni la notizia della vostra partecipazione allo Sziget Festival. Il palco è prestigiosissimo, e avrete di fronte davvero un campione preciso di pubblico mondiale. Avete qualche idea particolare e diversa per quella data, o la ricetta sarà la stessa che vi ha portato in giro per l'Italia? Come sono andate le altre recenti esperienze all'estero? Credi di più in una musica italiana (di qualità) da esportazione, o in una musica italiana in lingua inglese capace di competere a livello europeo e mondiale?
E' una bella domanda, la seconda intendo. Per la prima, credo che riproporremo il live già rodato nel precedente giro dei locali europei (Londra, Bruxelles, Madrid, Barcellona, Ibiza), cioè un concerto centrato sul nostro lato più dance, che è tra l'altro un elemento associato all'italianità. Inoltre, sono poche le band sulla scena internazionale che mescolando strumentazione rock con attitudine dance risultano credibili e coinvolgenti on stage, a parte Soulwax, Lcd Soundsystem, Who Made Who e non molti altri. Quindi ricerchiamo lì il nostro spazio, per evitare di essere considerati i soliti italiani cloni di qualcos'altro.
Per quanto riguarda la musica italiana all'estero, direi che da un lato andiamo incontro a un'unificazione europea culturale e linguistica, quindi prima o poi anche all'Italia potrebbe toccare la considerazione (come Belgio, Germania o paesi scandinavi), di luogo a piena dignità rock. I gruppi di certo non mancano. Dall'altro il problema della lingua troppo spesso lo poniamo noi prima di chiunque altro. L'italiano è una lingua cool, certamente più dello spagnolo e almeno al pari del francese. Sta alla qualità del sound, alla personalità e al carattere di chi scrive in italiano, sapersi smarcare dai cliché della musica tricolore. Dal mio punto di vista, prima ancora dei Subsonica avevo già fatto diversi tour in giro per il mondo suonando con Africa Unite, o lavorando al mixer con la prima cellula dei Mau Mau. Si cantava in italiano, quando non in piemontese, senza il minimo problema da parte del pubblico.

Casasonica.it è ancora attivo, ma non più aggiornato da due anni. Che cosa è successo con le band sotto contratto, se puoi raccontarcelo? E come ti senti di giudicare questa esperienza discografica: rifaresti tutto? Qualcosa è andato storto, è stato un fallimento oppure alcune contingenze hanno portato naturalmente a questi esiti? Oggi che cosa significa Casasonica?
Casasonica etichetta, nei fatti, non esiste più. Può essere interessante analizzare gli errori, perché ci sono stati e le caratteristiche positive dell'esperienza, perché c'è qualche cosa di significativo anche lì. Innanzi tutto il mio errore fondamentale: non aver preteso da band alla prima uscita il sacrificio e la pazienza necessari ad affrontare la gavetta. Ovvero quella fase nella quale spendi tutte le tue energie senza nessuna certezza, che per me è durata almeno 15 anni, prima che le cose andassero in un altro modo. Mi trovavo imbarazzato nell'insistere con le band sul fatto avrebbero dovuto suonare tanto e ovunque, con o senza impianti anche per cento euro e dormire in furgone se necessario. Mi sentivo a disagio perché nel frattempo stavo riempiendo i palazzetti, dormendo in comodi hotel e viaggiando su un camper con playstation e Dvd. Da lì il tentativo di piazzare i loro concerti solo a determinate condizioni, affittando mezzi di trasporto e alloggiamenti, che ha provocato una notevole emorragia di risorse. Una band come i Petrol era arrivata al punto di pretendere i backliner fin dalla prima data.
Altro errore di valutazione: non avere capito, per tempo, che gli anni 90 erano finiti da un pezzo e che la quaresima degli anni Zero stava per raggiungere il suo picco di desolazione: poco pubblico ai concerti e zero interesse per le nuove band. Insomma, non che pretendessimo di vendere gli album, ma che in tempi relativamente brevi qualche band avrebbe incominciato a spaccare nei live, ce lo saremmo aspettati. La cosa certamente più deleteria è stata la sovrapposizione con Casasonica/management voluta dal manager Alessandro Chiapello, decisamente più interessato alla gestione di artisti già affermati come Afterhours e Baustelle prima e Niccolò Fabi e Arisa poi (e a quel punto ho capito che non c'era più storia). In pratica, il livello più underground della factory/etichetta (quello che a me interessava) produceva album, realizzava laboratori di comunicazione come newsonica, allevava artisti visivi e sperimentava forme di comunicazione via web, creava l'habitat per la formazione di band trasversali come LnRipley, album come "Gatto Ciliegia" e "Robertina" etc. E il livello più manageriale ignorava il tutto per dedicarsi unicamente a esperienze di più gratificante visibilità. È tuttora in corso un confronto piuttosto acceso, tra me e Chiapello, per capire come portare a conclusione tutta l'esperienza.

Max Casacci - SubsonicaSei stato ideatore e realizzatore anche di un'altra esperienza fondamentale per la città di Torino: il Traffic Free Festival. Che bilancio dai, dopo sei anni dal primo evento? Penso che in Italia il Traffic possa considerarsi un evento unico, a livello di produzione e di offerta. È questa la strada da seguire per la musica live in Italia? Qual è la ricetta per poterlo esportare anche in altri luoghi della penisola?
La ricetta se mai esiste, consiste nell'interrogarsi a fondo sul significato di festival (vogliamo chiamarlo rock?) in anni come questi. Interrogarsi soprattutto sulla differenza tra un semplice avvicendamento, più o meno variegato, di band su un palco, che sarebbe più opportuno definire rassegna, e la necessaria "dimensione" di un festival. Elementi come la totale gratuità, la ricerca di linee guida sulle quali costruire e motivare le decisioni artistiche, la volontà di sviscerare in chiave multi-disciplinare tutto quello che la musica si porta appresso: mediante il cinema, la comunicazione grafica e visiva, il clash con la letteratura tendono a restituire all'"evento", un ruolo più completo, appagante. Vogliamo sporcarci le mani con la dietrologia? Ok :"Spirituale".
Per quanto riguarda l'Italia, quello che ti posso dire è che un discorso come questo portato al tavolo di una qualsiasi amministrazione culturale produce immediatamente irritazione se non sbadigli. Qui a Torino, l'esperimento è stato tentato fondamentalmente perché sono stato disposto a giocarmi la faccia accettando un'eventuale crocifissione. Al suo posto ci sono stati invece i risultati: di numeri, di feedback internazionali, di promozione della città e della regione in termini di immagine, e della considerazione culturale solitamente negata ai festival giovanili. Nonostante l'investimento, nettamente inferiore a quello di qualsiasi altro festival di uguali dimensioni, la magnitudo del Traffic ha proporzioni paragonabili ai più grandi e mega sponsorizzati eventi della penisola.

Non hai mai nascosto il tuo interesse vivo e appassionato per l'impegno civile, attraverso i testi, il palco e il web. Con i Subsonica, avete perorato la causa di molte associazioni e iniziative davvero toste, recentemente Nonuke, Global Zero... Credi che il musicista/artista sia uno degli ultimi comunicatori politici e sociali rimasti? Anche in questo, l'esperienza di Obama (che ha avuto l'appoggio di buonissima parte del mondo artistico americano) ci ha insegnato o ci deve insegnare qualcosa?
Ho di recente conosciuto Trevor Fitzgibbon, cioè l'inventore di Move on: il movimento da cinque milioni di voti che ha prodotto la vittoria di Obama alle primarie prima, e alla Casa Bianca poi. E ho capito che se un rockettaro di Seattle, appassionato di cause civili, forte della sensibilità di carattere empatico che l'esperienza della musica ti fornisce, riesce a fare quello che a fatto - e inoltre con la campagna "global zero" sul disarmo nucleare mondiale responsabile dei più recenti accordi Usa-Russia continua a fare - molte cose sono possibili. Trevor è venuto in Casasonica dopo una conferenza torinese su attivismo e social network, perché aveva sentito parlare dei Subsonica e del loro impegno, ma soprattutto per via di www.torinosistemasolare.it , di cui sono un responsabile. Incuriosito da un clip ("Mafia spa") realizzato in collaborazione con Libera sul rapporto tra mafia e consumo di cocaina, ha voluto capire che tipo di trasversalità ci fosse dietro e come si muovesse questa strana rete cittadina autogestita. Una rete formata da associazioni studentesche, musicisti, luoghi, della notte, associazioni antimafia, artisti visivi etc. e impegnati a riprogettare la città. Ci ha riempiti di complimenti e si è portato via un bel po' di materiale, oltre a qualche cd dei Subsonica.
Questa gratificazione (decisamente importante) ci insegna che le cose vanno semplicemente fatte, che non bisogna perdersi solo dietro a chiacchiere e fritture dell'aria e che soprattutto non bisogna tanto aspettare la politica, quanto anticiparla, sensibilizzarla, pilotarla. Magari attraverso piccole, quotidiane utopie territoriali, capaci di riprogrammare obiettivi e senso di appartenenza. La musica, non solo i suoi protagonisti ma anche e soprattutto i suoi luoghi, possono davvero molto più di quanto pensiamo.

Sei una persona in prima linea per quanto riguarda le politiche culturali della tua città, per i tuoi progetti credo tu abbia tenuto e tenga relazioni con la politica e gli ambienti decisionali. Se fossi tu ad avere in mano le carte da firmare per poter decidere, quali provvedimenti urgenti prenderesti oggi per la musica?

Farei una cosa impensabile, radicale, estremamente rivoluzionaria, che nessuno (nemmeno Veltroni, con il suo ventilato programma per la musica) ha mai pensato di fare. Parlerei con i musicisti. Con quelli veri però, non con chi come me ha già una professione, né con chi imbraccia uno strumento per la prima volta e ha già a disposizione le mille rassegne per gruppi emergenti, cioè tutto ciò che le amministrazioni riescono a proporre.
Parlerei con chi sta tentando di fare della musica la propria vita e magari necessita di cose semplici e realizzabili come un ufficio sponsor del proprio comune che si sbatta per procurare un furgone, o uno spazio dove accedere a servizi di consulenza legale per affrontare i primi contratti senza la paura di accettare patti con diavolo. A livello nazionale sarebbe certamente necessaria una semplificazione fiscale e burocratica per non doversi impelagare tra società e commercialisti prima ancora aver capito se la tua musica potrebbe diventare una reale opportunità di lavoro.

Domanda finale di rito. Che cosa gira almeno una volta al giorno nel tuo iPod-Pc-lettore cd-giradischi?
Musica strumentale, generalmente ambient, da Brian Eno a Murcof, ma anche astrazioni ritmiche come Burial o Autechre. Forse perché spesso mi occupo di canzoni sento il bisogno di decongestionare un po' il tutto.




http://www.ondarock.it/interviste/subsonica.htm



sorrisodiscuse

_________________________________
***Metamorgan***
***QQMI***
***MARCOSANTORO***
Mede@
Mede@
Admin Medea
Admin Medea

Messaggi : 26469
Data d'iscrizione : 22.09.09

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da rossadavino il Mar 15 Giu 2010, 20:50

Mede@ ha scritto:Il mondo cane di Mike Patton
di Paolo Gallori
Il cantante californiano si tuffa nella musica italiana degli anni 50 e 60, brodo primordiale del nostro pop: da Murolo a Morandi, da Paoli a Tenco, ai crooner Buscaglione e Bongusto... «Mi interessava solo passeggiare su una corda tesa tra il rifare quelle canzoni a modo mio e il rispetto per il materiale originale». Omaggio a Morricone: «Springsteen lo ha deturpato». A luglio dal vivo a Milano e Firenze



Fantomas strikes again... almeno nella musica. Capelli tirati all'indietro, baffetti in Dillinger style, abiti eleganti. È l'aspetto assunto da Mike Patton per tuffarsi nel "brodo primordiale" della canzone pop italiana: gli anni 50 e 60. Il disco è stato "testato" con concerti in location d'eccezione e sarà seguito da nuovi appuntamenti live. In Italia, il 27 luglio a Milano (Jazzin'festival, all'Arena Civica) e il 26 a Firenze (Fortezza da Basso). Stavolta l'incredibile cantante californiano, 42 anni e una voce baciata da un trasformismo degno di Gommaflex, riesce a celare anche la bellezza della musica dietro una maschera spaventosa. L'album si intitola Mondo cane. Come il film documentario di Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti e Franco E. Prosperi che nel 1962 scioccò lo spettatore sbattendogli in faccia la crudeltà di cui è capace la società umana. Mai come in questo caso, è fondamentale conoscere la "versione di Mike".
«Certo, ho visto il film, chi non lo ha fatto?», dice Mike. «Ho scelto il titolo basandomi sulle reazioni che il film ricevette e perché affascinato dalla sua natura provocatoria. Ho sentito il dovere di presentare un simile repertorio musicale in circostanze che fossero una sfida alle intenzioni e ai risultati. Un titolo come Mondo cane era il modo perfetto di sollevare le giuste domande su un simile progetto, che potrebbe facilmente essere scambiato per la cafonata sperimentale di un "gringo"».

No, nessun arrogante "gringo" abita qui. Patton è un nomade. Incapace di resistere negli stessi panni, negli stessi suoni, nella stessa band e nello stesso paese oltre la soglia dell'abitudine. Mike spezza sul nascere le illusioni di chi continua ad associarlo solo ai Faith No More («Nuovo materiale con loro? Non adesso, forse mai») per parlare solo del miglior frutto del suo intimo rapporto con l'Italia. Mondo cane copre un arco temporale che va dal 1951 - Scalinatella di Roberto Murolo, che Mike canta in un napoletano decisamente migliore di quello tanti interpreti italiani ma non partenopei - e arriva al 1968 di Deep Down, tema di Ennio Morricone per il film Diabolik (altra maschera) di Mario Bava.

Estremi di un periodo che definì, è convinzione di Patton, «un approccio autentico alla musica pop italiana». «Non so granché di quell'Italia», confessa Mike. «Per quanto “vecchio”, vissi solo un paio degli anni 60. Tutto ciò che so è che nel mondo del pop fu praticata una magia musicale. In Italia sembra ci fosse una certa libertà per cantanti e autori, gli arrangiatori erano fondamentalmente i migliori tra i migliori compositori di musica per il cinema. Situazione che permise un certo fermento nell’ambito del formato pop, a cui furono applicate tendenze avanguardiste, tidbits orchestrali, modelli americani e tecniche worldmusic. Un approccio autenticamente unico al pop. Come non amare tutto questo?».

In Mondo cane non poteva mancare Morricone, ma colpisce il recupero di Deep Down quando il rock Usa celebra il Maestro soprattutto per i temi degli spaghetti Western. Springsteen e Metallica hanno vinto pure dei Grammy con le loro cover.
«Mi spiace che Springsteen abbia deturpato un compositore intoccabile come Ennio. Non ha senso. Non so cosa rispondere sull’inondazione di artisti americani che hanno reso tributo al Maestro, non ho niente a che vedere col fenomeno. Morricone ovviamente merita simili celebrazioni, ma io ritengo la sua opera “quasi” intoccabile.
Se si deve rendere un omaggio musicale al suo lavoro, lo si deve fare in modo intelligente e anche aggressivo. Con rispetto ma soprattutto in modo più importante sviluppando approcci unici. Non puoi rendere rendere migliore qualcosa di perfetto. Puoi solo riarrangiarlo e reinterpretarlo. Posso solo dire di aver fatto del mio meglio».

In Italia Mike ha trovato l'amore, uno dei tanti luoghi dove vivere e molti amici. Nei video che circolano su YouTube, registrati dal vivo al Paradiso di Amsterdam, la tromba di Roy Paci gli è accanto assieme all'orchestra. Ma questo non basta a spiegare lo sforzo di Mondo cane e il coraggio di un disco cantato interamente in italiano. La perplessità è solo il frutto di un antico vizio italiano chiamato provincialismo.
«Quel songwriting e quello stile italiano negli arrangiamenti oggi sono considerati incredibilmente importanti. Negli Stati Uniti, e non solo, c’è gente che rifà i classici italiani di quel periodo, la cui influenza è arrivata ben oltre i confini del vostro paese. Cosa mi ha attratto verso quel sound e quei tempi? Semplicemente il vivere in Italia. Le mie orecchie erano costantemente aperte. E mi innamorai di quei suoni intricati, quegli approcci audaci e quei densi e godibili arrangiamenti. Elementi che a me suonarono con il tono di un benvenuto, facendomi sentire uno del luogo e non uno straniero. Fu un periodo eccitante nella mia vita, in cui tante cose erano nuove: lingua, musica, gente. Oggi posso dire con certezza che gli italiani, in generale, sono stati decisivi nel raggiungimento della fiducia di cui avevo bisogno in quel delicato momento della mia vita».

Patton si confronta con il crooning audace di Fred Buscaglione (Che notte!, 1959) e Nicola Arigliano (20 km al giorno, 1964), poi con il confidenziale e persuasivo Fred Bongusto (Ore d'amore, 1967). Perché loro e non Sinatra, Dean Martin, Tony Bennett, Perry Como?
«Perché sento un più forte legame con quei guys. Ero molto più interessato a un crooning che mi fosse estraneo, opposto a quello "nativo". A volte, una prospettiva esotica ti aiuta a vedere le cose in modo completamente differente. E ti dà il coraggio necessario a completare un’avventura come questa. Può suonare strano, ma io mi sento infinitamente più a mio agio come crooner in una lingua che non sia la mia. Mi offre una maschera, mi infonde una certa fiducia. Adoro Frank, Dino, Tony Bennett, certo. Ma a volte, (ed ora, almeno per il momento) mi sento un po’ più a mio agio a sperimentare quel vocabolario musicale in un’altra lingua. Ed è un bellissimo lusso!».

Come accadde a Steven Brown dei Tuxedomoon, Patton si perde nelle canzoni di Luigi Tenco, dal vivo propone Lontano lontano, salvo riprendere sul disco Quello che conta, a firma Luciano Salce/Morricone, che il cantautore suicida al Sanremo del 1967 interpretò nel 1962 per il film La cuccagna. Influisce quel tragico destino sul morphing di Mike Patton?
«No, niente affatto. Ho scelto i pezzi solo su una base musicale. Certo, mentirei se non dicessi che quando ascolto o reinterpreto un grande come Luigi Tenco io non pensi a lui e alla sua vita. Sapere come andarono le cose si riflette sul modo in cui ascoltiamo la sua musica. Personalmente, la ascolto con molta più melanconia di quanta sia solito provare. Quanto si riflette sulla mia interpretazione? Ho abbastanza rispetto da lasciar sola la musica, da iniettare il mio succo dove è necessario ma non fino al punto di massacrare un’opera d’arte perfettamente costruita».

Dal 1964 Mike trae il giovane idolo pop Gianni Morandi di Ti offro da bere, dal 1965 L'uomo che non sapeva amare di Nico Fidenco. Al beat italiano rende omaggio trasfigurando Urlo Negro (1967), unico segno lasciato dai Blackmen nella scena dell'epoca. E finisce anche lui con lo specchiarsi nelle melodie senza tempo di Gino Paoli (Il cielo in una stanza, 1960, Senza fine, 1961). Come è arrivato a delineare una simile lista?
Mike rivela un'insospettabile "complice" dall'etere. «Ancora una volta, devo sottolineare quanto l’italian state of mind mi abbia messo così a mio agio da potermi permettere una simile pazzia… imparare il gergo del pop italiano, istruirmi sulla sua età d’oro... Sono canzoni che ho trovato, che ho ascoltato, che ho sentito di passaggio, mentre vivevo in Italia. Ho avuto ottimi consigli. Altre mi sono giunte per caso, come se i miei amici sapessero a cosa stessi pensando. Altre, infine, le ho ascoltate su 'Radio Italia Anni 60', la stazione dedicata agli oldies che scoprii quasi per sbaglio: mentre mi facevo delle cassette nel periodo in cui ero impegnato nell’apprendimento della lingua. Complicato, come lo è qualsiasi avventura».

L'accostamento tra evergreen ed evanescenti schegge di memoria non sorprende più del fatto che a misurarsi con simile repertorio sia un californiano diventato rockstar con il crossover dei Faith No More, poi transfuga attraverso mille altri progetti (Mr. Bungle, Fantomas, Tomahawk, Peeping Tom, Moonchild) e collaborazioni (Bjork, John Zorn, Melvins, Corleone, Dan The Automator tra gli altri), con l'obiettivo costante di rivoltare forme e stili come calzini.
«Non so e neanche mi interessa per cosa sono conosciuto. Faccio musica che a me fa stare bene. In questo caso, reinterpretando canzoni sensazionali e di grande ispirazione. Mi interessava solo passeggiare su una corda tesa tra il rifare quelle canzoni a modo mio, da una prospettiva 'altra', e il rispetto per il materiale originale. Un’impresa molto difficile».

Tra le canzoni di Mondo cane, ce n'è una che ama di più cantare o con cui le è piaciuto di più misurarsi?
«Le amo tutte. Hai dei bambini? Chi è il tuo preferito? Chi può rispondere a una simile domanda? I miei dischi sono come figli (dice Mike, ancora in italiano). E non esiste modo con cui io possa scegliere il mio preferito».



http://xl.repubblica.it/dettaglio/80146

Medea mi era sfuggito questo post,grazie, io amo Mike Interviste agli artisti - Pagina 2 520798 Interviste agli artisti - Pagina 2 127384 Interviste agli artisti - Pagina 2 156794 Interviste agli artisti - Pagina 2 304814
rossadavino
rossadavino
Utente Fattiscente: 5001-9999 Post
Utente Fattiscente: 5001-9999 Post

Messaggi : 7187
Data d'iscrizione : 06.10.09
Località : Ortona

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da Mede@ il Mar 15 Giu 2010, 23:46

Prego cara cucu Interviste agli artisti - Pagina 2 953427

_________________________________
***Metamorgan***
***QQMI***
***MARCOSANTORO***
Mede@
Mede@
Admin Medea
Admin Medea

Messaggi : 26469
Data d'iscrizione : 22.09.09

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da lepidezza il Mar 22 Giu 2010, 20:44


Joni Mitchell - La vita riparte a sessant´anni

"Incontro gente che mi dice: ti ho scoperta solo di recente,
pensavo che tu fossi una cantautrice per donne, gay e neri
Proprio così, i gay e i neri non hanno
pregiudizi, sono dei fuorilegge, scelgono, come le donne Gli altri sono
pecore"
Interviste agli artisti - Pagina 2 JoniMitchell_Robinson_300
"Non vorrei sembrare una hippy fuori tempo ma se qualcuno
sopravviverà a questa catastrofe ritroverà la sintonia con la madre
terra e il padre cielo"

ILos Angelesl fuoco crepita nel
caminetto, dal condizionatore arrivano refoli di aria gelida. Anche la
California pretende il suo Natale. Fuori la temperatura è quasi estiva,
ma in casa a tutti piace crearsi l´illusione dell´inverno. È
un´imitazione del nostro Natale che svela il trucco non appena varchi la
soglia di casa, il venticello tiepido ti accarezza e l´inquilino della
porta accanto ti dà il buon giorno dondolandosi in pantaloncini
sull´amaca. Accanto al camino, Joni Mitchell si stringe nella sua giacca
come fosse un dicembre davvero freddo. Indossa il suo tipico cappello,
la gonna ampia, gli stivaletti. Tutto nero, tranne i capelli color miele
che le accarezzano le spalle come quelli della ragazza che a ventuno
anni scese dal Canada a Los Angeles, la carnagione bianchissima e quel
sorriso vagamente equino per il quale i colleghi, ebbri di flower power e
acido lisergico, andavano pazzi: Tom Rush, James Taylor, Graham Nash,
David Crosby, Neil Young. Lei, che in Canada pattinava sul ghiaccio, a
Laurel Canyon diventò una musa baciata dal sole. I Led Zeppelin
scrissero Going to California stregati dalle sue ballate, tutte
diventate dei classici: si contano 558 versioni di Both sides now, 207
di Big yellow taxi, 165 di Woodstock, 144 di River, 135 di The circle
game, 109 di A case of you, 79 di Chelsea morning.
La suite del Bel
Air Hotel è arredata come una baita. «Avrei voluto incontrarla a casa
mia», esordisce, aspirando fumo da una sigaretta più avidamente di Karen
Blixen, «ma c´è un disordine pazzesco. Sono un´appassionata di pittura,
ci sono tele ovunque. Italiano, vero? Ah, gli Uffizi. Ci torno spesso. E
Roma, ah Roma… ricordo ancora le passeggiate in bicicletta col mio
fidanzato, a Villa Borghese».
Roberta Joan Anderson (Mitchell è il
cognome ereditato da un matrimonio subito naufragato) ha appena compiuto
sessantaquattro anni; sono passati quarant´anni dalla prima incisione,
You turn me on, I´m a radio, dieci dalla rottura con l´industria del
disco «controllata da porci pornografi», sei dal ritiro dalle scene, ora
interrotto dalla pubblicazione di Shine, un album in cui ricanta con
uguale splendore Big yellow taxi, il suo inno ecologico. «Vengo da una
famiglia di coloni», racconta. «Mio nonno fu uno dei primi a dissodare
la terra nella provincia di Saskatchewan, nel Canada occidentale. E
quando costruirono la ferrovia, il primo ad andarci a lavorare. Un
pioniere. Furono quei campi di grano a ispirare le mie prime tele.
Quando l´ispirazione di musicista si è bloccata, dieci anni fa, quella
di pittrice è diventata debordante. A un certo punto mi sono detta:
basta, non scriverò un´altra canzone, né d´amore né di protesta, mi
hanno prosciugato, non ho più niente da dire. Ho spento la radio, chiuso
il giradischi, bandito la musica da casa mia».
Disintegrate le
utopie della "summer of love" («fu un periodo magico, ma brevissimo»),
quando California dreamin´ era ormai diventato un inno da revival show,
negli anni Settanta Joni Mitchell, con la sua scrittura jazz, rimase un
palmo al di sopra del mainstream. Mai passata di moda. In questi mesi la
sua musica è ovunque. Modernissima, colta, sofisticata, continua a
ispirare schiere di nuove cantautrici. «Contestarono l´album che
realizzai con Charlie Mingus e ora chiamano Norah Jones cantante di
jazz», protesta, ricordando i tempi in cui lei, Joan Baez e Judy Collins
erano la santissima trinità del folk. Lei dentro quell´etichetta non ci
si sentiva: mandò in tilt i discografici incidendo dischi arditi e poco
commerciali. «Joni è sempre stata lontana dagli standard del pop, il
suo repertorio per noi jazzisti è al livello di Ellington e Billy
Strayhorn», dice Herbie Hancock, che le ha dedicato l´album River: The
Joni Letters, con le sue più belle canzoni interpretate da Tina Turner,
Norah Jones e Corinne Bailey Rae. La Nonesuch ha pubblicato A tribute to
Joni Mitchell, dove Björk, Caetano Veloso, Cassandra Wilson, Annie
Lennox, Elvis Costello, Prince e k.d. lang si cimentano con i suoi
classici. L´ensemble Strings Attached le ha dedicato Back to the garden,
un disco che riscopre anche My favorite color, un brano che Joni
cantava nei club americani nel 1965, quando fu scoperta da David Crosby.
I suoi evergreen e alcuni nuovi temi sono la colonna portante di
Dancing Joni, progetto del coreografo Jean Grand-Maitre per l´Alberta
Ballet che ha avuto un successo enorme in Nordamerica. Flag dance,
un´installazione multimediale realizzata con le foto scattate alla sua
tv che trasmetteva immagini di guerra, è rimasta in mostra per due mesi
alla Lev Moross Gallery di West Hollywood (il catalogo è in uscita).
Joni è tra le protagoniste del bel libro The Sixties (Ed. Santa Monica
Press) con i memorabili bianco e nero con cui il fotografo Robert Altman
ha immortalato l´America della controcultura. «Mai lavorato tanto in
vita mia», sbotta. «La mia carriera dopotutto è iniziata col balletto.
Sa che a nove anni ebbi la polio? Mesi e mesi in ospedale in
quell´interminabile inverno canadese. Dissero che forse non avrei più
potuto camminare, che non mi avrebbero dimessa per Natale. Quando
scoprii che le mie gambe funzionavano ancora benissimo, volli un tutù
rosa e cominciai a ballare. E a fumare. Da allora non ho più smesso».
Sognava
di diventare Isadora Duncan, invece fu rapita dal sogno americano,
dalle lusinghe del pop. Anticonformista tra gli hippies, Joni andò per
la sua strada. Determinata e spavalda come Amelia Earheart, il suo
idolo, la prima aviatrice della storia misteriosamente scomparsa a bordo
del suo velivolo, battezzò gli anni Settanta con Blue, che molti
considerano il suo capolavoro, si fece fotografare nuda all´interno
della copertina di For the roses (1972), intitolò un album Hejira
(1976), ispirato al volo di Maometto dalla Mecca a Medina, infine tentò
un difficoltoso e affascinante percorso jazzistico. «Era un affare meno
redditizio, i nostri manager non volevano che ci allontanassimo dal
pop», spiega.
«Ma io sono cresciuta con la filosofia della
tartaruga, pensando che niente di quello che facevo sarebbe stato
apprezzato finché sono in vita. È il destino di quelli che vogliono
essere originali a ogni costo. Sa che ho incontrato persone della mia
età che mi hanno detto: Joni l´ho scoperta solo di recente, pensavo lei
fosse una cantautrice per donne, gay e neri. Già i gay e i neri non
hanno pregiudizi, sono per natura dei fuorilegge, non si fidano delle
etichette. Scelgono, come le donne. Gli altri sono pecore. Sa perché io
con i discografici non sono mai andata d´accordo? Perché sono una donna.
Sono stata raggirata, truffata. Il mio primo contratto fu un disastro. A
conti fatti, credo di non aver avuto più del due per cento del capitale
che ho generato», protesta, con quell´espressione folle che le vela gli
occhi quando sta per perdere il controllo e non riesce a trovare le
parole giuste per esprimere il suo furore. «Certo, sono stata più
fortunata di Frankie Lymon, un genio che i discografici abbandonarono al
suo destino e fu trovato morto su un marciapiede di New York come un
barbone, ma quello che mi fecero firmare all´inizio fu un "contratto da
negro"», rincara. «So che questa è un´espressione politicamente
scorretta, ma la gente di colore capirà quel che intendo. Io sono la
Jackie Robinson della canzone d´autore perché sono considerata una donna
arrogante. Ci sono mille pregiudizi intorno alle donne che sanno il
fatto loro. Gli uomini le temono. I businessman le evitano. Mi sono
presa la rivincita una volta che a Chicago incontrai un tipo grande e
grosso, mi abbracciò, mi sollevò da terra come una fidanzatina. "Grazie,
tutto quel che so delle donne l´ho imparato da lei", disse. Era un
buttafuori, un eterosessuale bianco, uno dei pochi uomini che non si
vergognano di piangere. Un´eccezione nella psiche occidentale, dove la
sensibilità si è atrofizzata dai tempi di Socrate e Platone. Tutta colpa
del monoteismo. Mi sembra più giusta l´idea pagana secondo la quale
l´uomo e la donna hanno creato la terra insieme. Il mito dell´eroe
maschio nasce con il peccato originale. Ancora oggi siamo pieni di
fabbricanti di eroi. Guardi Bruce Springsteen, ne sforna a dozzine per
sentirsi eroe lui stesso. A me, come donna, non è stato neanche concesso
d´immaginarmi eroina. Sono figlia della luna, la luna controlla le
maree e il mio ciclo riproduttivo. Non ho il diritto di comandare. Ecco
dove ci ha portato questa teologia macho priva d´intelligenza
spirituale: sul baratro di una nuova guerra mondiale e nucleare. Non
vorrei sembrare una hippy fuori dal tempo, ma se un pugno di persone
sopravvivrà a questa catastrofe, sono sicura che si rimetterà in
sintonia con la madre terra e il padre cielo, come gli indiani che
abbiamo sterminato. Abbiamo bisogno di una teologia che rispetti il
pianeta. Siamo in pericolo, e la colpa, secondo me, è del monoteismo».
Quando
l´11 settembre sconvolse l´America e il mondo, Joni non aveva più
voglia di scrivere canzoni. Solo oggi racconta l´effetto che le fecero
quelle immagini terribili trasmesse dal suo vecchio e difettoso
televisore (non l´ha ancora cambiato). «La cosa che immediatamente mi
colpì fu il contrasto che esisteva tra le donne: quelle totalmente
velate e quelle che ostentano ombelico, tette e culo. Quando l´aereo
colpì la seconda torre pensai: forse adesso le donne cominceranno a
vestirsi con più pudore. Le sembrerà idiota, ma fu questa la mia prima
reazione. Guarda quanto ci odiano, pensai, rifiutano la nostra cultura
malata. Un duro colpo per l´arroganza occidentale. "Cosa abbiamo fatto
per meritarci questo?" doveva essere la domanda che persone adulte e
responsabili avrebbero dovuto porsi. Invece tutti, come bambini, hanno
cominciato a giocare alla guerra. Chi farà fronte alle conseguenze
dell´ignoranza e della stupidità dell´amministrazione Bush? Obama,
Hillary… un nero o una donna, chi altro? Ma ci vorrà del tempo».
Negli
anni Settanta nessuno ne era a conoscenza: a ventuno anni, nel 1965,
Joni ebbe una figlia, Kelly Dale Anderson, che fu data in adozione. Non
aveva scelta: inseguire i suoi sogni o fare la mamma. Dopo lunghe
ricerche, la Mitchell ha ritrovato sua figlia, che nel frattempo era
stata ribattezzata dai genitori adottivi Kilauren Gibb, nel 1997. Troppo
tardi per fare la mamma, appena in tempo per improvvisarsi nonna. Senza
rimorsi. «Nel periodo in cui non ho inciso, ho dipinto molto e mi sono
dedicata a mia figlia e ai miei nipoti», racconta. «Ho cominciato a
collezionare cornici di strass in cui metto le foto che scatto ai
bambini. Adesso casa mia è la tipica villa della nonna, con tutti quei
giocattoli sparsi ovunque. Ho deciso di non condividere con il pubblico
quello che facevo. Fino a quando ho cominciato a scattare quelle foto
alle immagini di guerra che trasmetteva la tv. All´improvviso ho sentito
il bisogno di far sapere come la pensavo».
Una nuova musica l´ha
aggredita alle spalle in un eccesso di serenità. Non ci sarebbero state
parole, se uno dei nipotini non l´avesse aiutata a trovarne di nuove.
«Ormai trascorro molto del mio tempo in Canada, in un piccolo cottage di
pietra a picco sul mare, in mezzo alla natura selvaggia. Un giorno io e
Hans, il mio vicino di casa, stavamo festeggiando la nostra amicizia e
il fatto di aver realizzato il nostro sogno: vivere in simbiosi con la
natura in un posto dove il mare e i monti s´incontrano. In uno di quei
rari momenti in cui uno è grato alla vita, mi è venuta in mente una
melodia. E subito dopo, altre quattro, tutte senza versi. Poi ripensai
alle parole che un giorno disse il mio nipotino di tre anni, lasciando
tutti di stucco: anche i brutti sogni sono utili nel grande disegno. Gli
chiesi: dove l´hai imparato? Io ci ho messo quarantadue anni per
capirlo. Furono quelli i primi versi di una nuova canzone».
Le donne
che sanno il fatto loro non hanno rimpianti. «Io, per la verità, ne ho
avuto uno», interrompe, «non essere andata a Woodstock. C´erano problemi
organizzativi, non si riusciva a raggiungere la location. Rinunciai, e
mi pentii. Oggi penso: se ci fossi andata non avrei scritto quella
canzone che poi interpretarono anche Crosby, Stills, Nash & Young,
il mio biglietto da visita nel mondo del pop. Senza Woodstock forse non
sarei mai diventata Joni Mitchell. Anche i brutti sogni sono utili nel
grande disegno».
lepidezza
lepidezza
Utente... preoccupante >10.000 Post
Utente... preoccupante >10.000 Post

Messaggi : 15123
Data d'iscrizione : 30.09.09

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da mambu il Mer 23 Giu 2010, 00:53

Grazie Lepi Interviste agli artisti - Pagina 2 187966
mambu
mambu
Utente... preoccupante >10.000 Post
Utente... preoccupante >10.000 Post

Messaggi : 11962
Data d'iscrizione : 22.09.09
Località : Brabante del Friuli

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da fear-of-the-dark il Mar 06 Lug 2010, 14:36

davvero molto interessante questa intervista! Interviste agli artisti - Pagina 2 187966 Interviste agli artisti - Pagina 2 765817
Spoiler:
Interviste agli artisti - Pagina 2 507626 Interviste agli artisti - Pagina 2 507626 Interviste agli artisti - Pagina 2 507626
fear-of-the-dark
fear-of-the-dark
Utente... preoccupante >10.000 Post
Utente... preoccupante >10.000 Post

Messaggi : 12575
Data d'iscrizione : 30.09.09

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da Waltzing Matilda il Mar 06 Lug 2010, 14:50

fear-of-the-dark ha scritto:davvero molto interessante questa intervista! Interviste agli artisti - Pagina 2 187966 Interviste agli artisti - Pagina 2 765817
Spoiler:
Interviste agli artisti - Pagina 2 507626 Interviste agli artisti - Pagina 2 507626 Interviste agli artisti - Pagina 2 507626
oddio Interviste agli artisti - Pagina 2 723865 Interviste agli artisti - Pagina 2 723865 Interviste agli artisti - Pagina 2 723865
Waltzing Matilda
Waltzing Matilda
Utente Aficionado: 501-2000 post
Utente Aficionado: 501-2000 post

Messaggi : 927
Data d'iscrizione : 04.02.10
Località : meandro sotterraneo

Torna in alto Andare in basso

Interviste agli artisti - Pagina 2 Empty Re: Interviste agli artisti

Messaggio Da miniatina il Mar 20 Lug 2010, 23:13

ma qui solo interviste scritte? Perchè so che per Morgan c'è la sua riserva, ma è stata una tale soddisfazione sentire finalmente un'intervista tutta incentrata sull'arte, dopo mesi di gossip prima e domande su questioni personali dopo... che voglio condividerla con tutti.

L'hanno proiettata su alcuni video prima del 1° concerto del tour attuale (con Sergio Carnevale, Megahertz e l'Ensemble Symphony Orchestra diretta dal M° Carlo Carcano) a Sarzana. E' partita all'improvviso, quindi è tagliato l'inizio perchè tra la gente che andava e veniva e le chiacchiere non ce n'eravamo accorte.